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Orienteering in Campania, Maria Pia Di Nardo: «Una storia nata dalle ORME. Ora servono nuovi tecnici e nuove generazioni»

Redazione
Scritto da Redazione
10 Agosto 2026 7 min di lettura

La delegata FISO Campania ripercorre oltre trent’anni di Sport Orientamento nella regione: da Giovanni Visetti e dalla nascita degli Orientisti Meridionali alle società di Agropoli e Montefalcione. Un movimento ricco di competenze e passione, che oggi deve affrontare una sfida decisiva: allargare la propria base e formare nuove figure tecniche.

Ci sono sport che si possono raccontare attraverso classifiche, medaglie e risultati. E ce ne sono altri la cui storia passa soprattutto attraverso le persone che hanno avuto la forza di aprire una strada quando quella strada, quasi letteralmente, non esisteva ancora.

La storia dell’orienteering in Campania appartiene alla seconda categoria.

Per comprenderla bisogna tornare indietro di oltre trent’anni, agli inizi degli anni Novanta, quando un gruppo di appassionati cominciò a portare nel Mezzogiorno una disciplina che unisce corsa, capacità di lettura del territorio, strategia e cartografia. Una storia nella quale emerge in maniera decisiva la figura di Giovanni Visetti, fondatore nel 1991 dell’Associazione Sportiva ORME – Orientisti Meridionali e protagonista della crescita iniziale del movimento.

A ripercorrere quella stagione e, soprattutto, a raccontare il presente è Maria Pia Di Nardo, delegata FISO Campania, da anni impegnata nella diffusione dell’orienteering e nel rapporto con scuole, tecnici e società sportive. Il suo ruolo è confermato anche dalla documentazione federale del 2026, nella quale viene indicata espressamente come Delegata FISO Campania nell’ambito delle attività di promozione della disciplina nelle scuole.

Presidente Di Nardo, da dove bisogna partire per raccontare davvero la storia dell’orienteering in Campania?

«Se vogliamo raccontare la storia dello Sport Orientamento in Campania dobbiamo necessariamente partire dalle ORME, gli Orientisti Meridionali, e da Giovanni Visetti. Giovanni è un personaggio eclettico, con tantissime passioni, e tra queste c’era proprio l’orienteering.

La sua passione riuscì a coinvolgere molti di noi, che all’epoca eravamo giovani insegnanti oppure semplicemente persone appassionate di sport. Quella esperienza ha rappresentato una vera scuola.»

La ricostruzione storica trova conferma negli archivi dello stesso Visetti: il 24 novembre 1991 venne costituita l’A.S. ORME – Orientisti Meridionali, inizialmente presieduta da Alessandro Contardi, con Giovanni Visetti segretario. Negli anni successivi il gruppo partecipò a competizioni italiane e internazionali, coinvolgendo orientisti provenienti da diverse province del Centro-Sud.

Quale fu l’eredità più importante di quella prima esperienza?

«La storia parte nel 1991 e prosegue con particolare intensità fino ai primi anni Duemila. Nel frattempo molti di noi erano diventati atleti e tecnici, formandosi inizialmente attraverso i percorsi dedicati ai docenti e successivamente attraverso la Federazione.

A quel punto abbiamo iniziato a sviluppare percorsi autonomi nelle diverse province campane.»

Ed è probabilmente questo uno degli aspetti più interessanti della storia dell’orienteering regionale: da un nucleo iniziale è nata nel tempo una rete di persone capaci di portare la disciplina in territori diversi.

E poi c’è la cartografia, elemento fondamentale dell’orienteering.

«A Giovanni Visetti dobbiamo un lavoro straordinario anche sotto questo punto di vista. Penso soprattutto alla carta di Campo Maggiore, a Montevergine-Mercogliano, in provincia di Avellino, realizzata in scala 1:10.000.

Bisogna pensare alle condizioni nelle quali venivano realizzati questi lavori. C’erano competenza, studio, dedizione e tantissime ore trascorse sul territorio. E tutto questo veniva fatto sostanzialmente per passione.»

La carta di Campo Maggiore risulta omologata nel 1993 con il codice B186. Le ORME utilizzarono successivamente quell’impianto per numerose competizioni regionali e interregionali, insieme alla carta di Valle dei Lupi-Laceno.

Da quel gruppo iniziale sono nate poi altre realtà sportive campane.

«Assolutamente. Da quelle esperienze sono nate società che hanno avuto e continuano ad avere un ruolo importante, come l’AOK – Agropoli Orienteering Klubb e l’ASD Ori Montefalcione, oltre a diverse società sportive scolastiche.

Si è formato così un gruppo di tecnici, organizzatori e atleti con competenze importanti. Ancora oggi molte di queste persone girano l’Italia mettendo a disposizione la propria professionalità nell’attività agonistica, nella formazione, nell’organizzazione e nella gestione degli eventi.»

Entrambe le realtà citate sono presenti negli archivi federali FISO e hanno partecipato negli anni a manifestazioni nazionali e regionali. Anche nel 2026 l’Ori Montefalcione ha promosso attività sul territorio campano, come il Baronissi Sport Day, incontro promozionale dedicato proprio all’orienteering.

Una storia così importante farebbe pensare a un movimento regionale molto forte. È davvero così?

«Purtroppo non possiamo dire che oggi il movimento campano goda di uno stato di salute eccellente.

Il problema principale è la penuria di tecnici disponibili. Molti dei nostri tecnici devono naturalmente conciliare questa attività con il proprio lavoro, con lo studio e con gli impegni quotidiani.

Questo significa che diventa difficile, e in alcuni casi impossibile, riuscire a raggiungere tutte le scuole che ci chiedono interventi didattici o tutte le realtà sportive distribuite sul territorio regionale.»

È probabilmente il passaggio centrale dell’intervista. Perché il limite descritto da Di Nardo non è solamente una percezione interna al movimento. Nel 2026 lo stesso Consiglio Federale FISO ha affrontato il problema della copertura delle attività del progetto “Sport e Salute – Scuola Attiva” in Campania, evidenziando ufficialmente la scarsità di figure disponibili e concedendo una deroga temporanea per garantire la presenza dell’orienteering negli istituti coinvolti.

Quindi la vera sfida oggi è creare una nuova generazione di tecnici?

«Sì. Abbiamo bisogno di nuove leve che si avvicinino alla disciplina, la conoscano, la studino e decidano di provarla.

Una maggiore esposizione può essere fondamentale. L’orienteering è uno sport affascinante, ma ha bisogno di essere spiegato perché presenta caratteristiche molto diverse rispetto agli sport ai quali siamo normalmente abituati.»

Ed è proprio qui che entra in gioco anche la comunicazione. L’orienteering non è semplicemente una corsa nel bosco. La prestazione atletica conta, ma è soltanto una parte della gara.

Come spiegherebbe l’orienteering a chi non l’ha mai praticato?

«Al di là della preparazione fisica, bisogna imparare a orientarsi all’interno di spazi naturali oppure urbani utilizzando una mappa e, quando necessario, una bussola.

Sulla carta sono indicati gli obiettivi che l’atleta deve raggiungere. Sul terreno questi punti sono contrassegnati dalle cosiddette lanterne. Una volta raggiunto il punto di controllo, il concorrente registra il proprio passaggio attraverso il sistema elettronico e la propria SI-Card.»

È la caratteristica che rende questo sport particolare: il percorso non consiste semplicemente nell’andare più velocemente possibile da un punto all’altro. L’atleta deve continuamente leggere la carta, interpretare il territorio, scegliere il percorso e mantenere lucidità mentre è sotto sforzo. La stessa FISO descrive la gara come una combinazione di capacità fisiche e cognitive nella quale la scelta dell’itinerario rappresenta una componente essenziale.

È quindi anche una disciplina nella quale l’esperienza conta moltissimo.

«Certamente. Tutto questo diventa patrimonio dell’atleta soltanto attraverso le esercitazioni e la pratica.

Ci si migliora allenandosi, partecipando alle competizioni, confrontandosi con terreni e situazioni differenti. L’esperienza permette progressivamente di leggere meglio la carta e il territorio e di prendere decisioni sempre più rapidamente.»

Una capacità che rende l’orienteering quasi una partita a scacchi giocata in movimento: mentre il fisico corre, la mente continua a scegliere.

C’è un’età giusta per iniziare?

«No. Ed è un altro degli aspetti più belli della nostra disciplina. Non esistono veri limiti di età o di esperienza.

Le numerose categorie permettono di avvicinarsi gradualmente all’orienteering e di continuare a praticarlo nel tempo. Si può iniziare da giovani, attraverso la scuola, ma è possibile scoprirlo anche molto più avanti.»

Una caratteristica particolarmente importante per una disciplina che vuole ampliare la propria base: scuola, attività promozionale, agonismo e pratica amatoriale possono diventare porte di ingresso differenti verso lo stesso sport.

Qual è allora il suo desiderio per il futuro dell’orienteering campano?

«Vorrei che sempre più persone potessero conoscere ciò che abbiamo costruito e ciò che questo sport può offrire.

Abbiamo una storia, abbiamo persone con grande esperienza e abbiamo competenze importanti. Quello che dobbiamo fare adesso è riuscire a trasmetterle.

Mi auguro che raccontare maggiormente l’orienteering possa convincere nuovi ragazzi, insegnanti e appassionati ad avvicinarsi, studiare e provare questa disciplina.»

Ed è forse questa la lanterna più importante che il movimento campano deve raggiungere.

La Campania possiede una tradizione che affonda le proprie radici nei primi anni Novanta, tecnici cresciuti sul campo, società sportive che hanno costruito attività e competizioni e un territorio che, tra boschi, parchi, centri storici e borghi, offre condizioni straordinarie per praticare lo Sport Orientamento.

La difficoltà, oggi, non è capire se esistano le competenze. Le competenze esistono. La sfida è moltiplicarle.

Perché una mappa può indicare la strada, ma per costruire un movimento servono persone capaci di percorrerla e, soprattutto, di insegnare agli altri come trovare la propria.

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