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Sport come diritto, sport come opportunità

Redazione
Scritto da Redazione
26 Agosto 2026 6 min di lettura

Intervista a Sport Senza Frontiere

Quindici anni di attività, oltre 14.000 minori coinvolti e una rete che oggi raggiunge nove città italiane. Sport Senza Frontiere ETS ha celebrato il proprio anniversario con il convegno “15 anni di inclusione, educazione e benessere attraverso lo sport”, ospitato il 14 maggio 2026 dall’Università Roma Tre.

Un’occasione per ripercorrere la storia dell’associazione, ma soprattutto per interrogarsi sul ruolo che lo sport può svolgere nella costruzione di comunità più inclusive e nella prevenzione del disagio giovanile.

A partire da questa esperienza, abbiamo incontrato la Comunicazione di Sport Senza Frontiere per approfondire un modello che mette al centro non soltanto il bambino che pratica sport, ma l’intero percorso di crescita della persona e della sua famiglia.

Quindici anni di Sport Senza Frontiere: da dove nasce questa esperienza e come si è trasformata nel tempo?

«Sport Senza Frontiere nasce nel 2011 da un’idea molto semplice: fare in modo che lo sport fosse realmente accessibile anche ai bambini e ai ragazzi che, per condizioni economiche, familiari o sociali, rischiavano di rimanerne esclusi.

Quella che è iniziata con una prima raccolta fondi, realizzata attraverso una mostra fotografica e che permise di iscrivere cinque bambini al pentathlon moderno, è diventata negli anni una vera infrastruttura sociale.

La crescita, però, non è stata soltanto quantitativa. È cresciuta soprattutto la consapevolezza che per incidere realmente sulla vita di un bambino non basta garantirgli l’accesso a una disciplina sportiva: è necessario costruire intorno a lui una rete educativa, sociale e relazionale.»

Qual è la principale caratteristica del modello Sport Senza Frontiere?

«La parola chiave è prossimità.

Sport Senza Frontiere prende in carico il minore e il suo nucleo familiare attraverso una squadra educante composta da psicologi, educatori, tutor e coordinatori, lavorando insieme alle società sportive e alle reti territoriali.

Il modello si sviluppa attraverso tre reti: quella sportiva, quella socio-assistenziale e quella medico-sanitaria. In questo modo lo sport diventa parte di un percorso più ampio di accompagnamento e crescita.

L’obiettivo è mettere il benessere del bambino e della famiglia al centro, costruendo intorno a loro una rete capace di intervenire sulle diverse dimensioni della fragilità.»

In questo modello, quindi, lo sport è molto più di un’attività fisica.

«Esattamente. Lo sport è uno strumento educativo e sociale.

È uno spazio nel quale un bambino può imparare a confrontarsi con gli altri, rispettare regole, assumersi responsabilità, sviluppare fiducia nelle proprie capacità e sentirsi parte di una comunità.

Lo abbiamo visto concretamente in questi quindici anni: quando lo sport diventa accessibile, può cambiare il modo in cui i ragazzi guardano sé stessi e il proprio futuro.»

Quali sono i dati che meglio raccontano l’impatto di questo lavoro?

«I numeri raccontano una parte importante del percorso. Oggi Sport Senza Frontiere conta 104 operatori ed educatori e segue circa 1.400 bambini ogni anno, attraverso una rete di società sportive e una trentina di discipline.

Ma particolarmente significativi sono i risultati della valutazione di impatto realizzata dalla Fondazione E. Zancan nell’ambito del progetto Sport Power, sviluppato tra il 2022 e il 2025 nei territori di Roma, Domusnovas, Napoli e Bari.

Tra i minori coinvolti è stato rilevato un aumento del 35% del senso di appartenenza alla comunità, mentre tra le famiglie si è registrata una riduzione del 19% dello stress familiare.

Sono dati che confermano come un intervento continuativo e multidisciplinare possa produrre ricadute che vanno ben oltre la pratica sportiva.»

Uno degli elementi più forti emersi durante il quindicesimo anniversario sono state proprio le testimonianze dei ragazzi. Quanto sono importanti queste storie?

«Sono fondamentali, perché raccontano ciò che i numeri da soli non possono mostrare.

Durante il convegno abbiamo ascoltato le esperienze di beneficiari ed ex beneficiari che hanno attraversato percorsi molto diversi. Simone, ad esempio, ha raccontato come il badminton e l’atletica lo abbiano aiutato a superare la timidezza e il disagio legato alla propria immagine, fino a sentirsi una persona più forte e coraggiosa.

Olaya, invece, è passata dall’essere beneficiaria a diventare parte integrante dello staff interno di Sport Senza Frontiere, occupandosi oggi dell’area amministrativa.

Federico, dopo aver partecipato al JOY Summer Camp in seguito al terremoto del Centro Italia, oggi lavora come educatore.

Sono percorsi che dimostrano anche il valore della restituzione: chi ha ricevuto un’opportunità può, a sua volta, mettere le proprie competenze al servizio dell’organizzazione e diventare una risorsa per altri ragazzi.»

Il vostro lavoro riguarda anche situazioni di emergenza e accoglienza. Quale ruolo può avere lo sport in questi contesti?

«Lo sport può rappresentare un primo spazio di normalità, relazione e ricostruzione.

Il progetto Sport di Prima Accoglienza, per esempio, è rivolto anche a bambini e famiglie che arrivano in Italia dopo essere fuggiti da situazioni di guerra. Durante il convegno, Malik, padre arrivato da Gaza, ha raccontato l’esperienza dei suoi quattro figli accolti nel programma e il significato che lo sport ha avuto nel loro percorso di inserimento.

In questi casi lo sport può contribuire a restituire ai bambini qualcosa che spesso viene perduto nei percorsi di fuga e di emergenza: la possibilità di tornare a giocare, socializzare, sentirsi accolti e guardare al futuro.»

Nel corso del convegno si è parlato anche di salute mentale e prevenzione del disagio psicologico. Perché è importante affrontare questi temi attraverso lo sport?

«Perché il benessere psicofisico dei giovani non può essere considerato separatamente dalla possibilità di vivere esperienze positive di relazione e partecipazione.

Il convegno ha messo in dialogo mondo accademico, professionisti e realtà sportive proprio per approfondire questo tema. È emersa l’importanza dell’attività fisica regolare e dello sport di gruppo anche nella prevenzione del disagio psicologico e nella costruzione di percorsi educativi capaci di sostenere i ragazzi nei contesti più fragili.

Per Sport Senza Frontiere significa continuare a considerare lo sport come una componente di un intervento più ampio, nel quale competenze educative, psicologiche e sportive lavorano insieme.»

Dopo questi primi 15 anni, quali sono le prossime sfide?

«La sfida è crescere senza perdere la qualità del modello.

Sport Senza Frontiere vuole aumentare il proprio impatto e raggiungere nuovi territori, a partire da Palermo, continuando a lavorare sulla qualità e sull’interdisciplinarità dell’intervento.

Ma c’è anche una sfida culturale: fare in modo che il diritto allo sport diventi sempre più concreto, soprattutto per i bambini e i ragazzi che vivono situazioni di maggiore vulnerabilità.»

Se doveste riassumere in una frase il significato di questi 15 anni, quale sarebbe?

«Che nessun bambino dovrebbe essere escluso dalla possibilità di scoprire, attraverso lo sport, le proprie capacità e il proprio futuro.

In quindici anni abbiamo visto che quando lo sport diventa accessibile non cambia soltanto il modo in cui un ragazzo pratica una disciplina: possono cambiare la sua fiducia, le sue relazioni, il suo senso di appartenenza e la sua capacità di immaginarsi nel futuro.

È questa la ragione per cui continuiamo a correre: perché lo sport possa essere davvero un diritto e un’opportunità per tutti.»

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