Dalle prime esplorazioni di Roberto Amaddii alla crescita internazionale dell’evento: la Tuscany Crossing è diventata molto più di una gara. Oltre 1.400 iscritti nell’edizione 2026, atleti da 45 Paesi e percorsi fino a 161 chilometri trasformano la corsa in uno straordinario strumento di promozione territoriale.
Ci sono gare nelle quali il paesaggio accompagna gli atleti e ce ne sono altre in cui il paesaggio è la gara.
La Tuscany Crossing appartiene decisamente alla seconda categoria.
Per comprenderne davvero l’identità non basta parlare di chilometri, dislivelli, tempi limite e classifiche. Bisogna immaginare di correre sulle strade bianche della Val d’Orcia, vedere la Rocca di Tentennano comparire all’orizzonte, attraversare il fiume Orcia, passare da Bagno Vignoni, Pienza e Montalcino, affrontare la notte nel silenzio delle campagne toscane e poi ritrovarsi all’alba davanti a uno dei paesaggi più conosciuti al mondo.
È su questo rapporto tra sport, territorio e viaggio che Roberto Amaddii e Siena Runners hanno costruito negli anni una manifestazione oggi capace di richiamare runner da decine di nazioni.
E i numeri dell’ultima edizione ne raccontano bene la dimensione: nel 2026 sono stati registrati oltre 1.400 iscritti, con più del 20% degli atleti provenienti dall’estero e 45 nazionalità rappresentate. Alle competizioni si sono aggiunti inoltre più di 300 partecipanti ai cammini non competitivi.
Come nasce Tuscany Crossing?
«L’idea prende forma nel 2012, quando Aurelio Michelangeli mi propose di realizzare una 100 chilometri in Toscana. All’epoca il trail running era ancora molto meno diffuso rispetto a oggi e la sfida era importante. Io conoscevo profondamente la Val d’Orcia, il territorio in cui sono nato e cresciuto, e abbiamo iniziato a immaginare una gara che non fosse semplicemente una competizione sportiva, ma un vero viaggio attraverso questi luoghi.»
Perché avete scelto proprio la Val d’Orcia?
«Perché qui il territorio ha qualcosa di unico. Le strade bianche, i borghi, i vigneti, i boschi, le terme, i paesaggi aperti: ogni tratto del percorso può raccontare qualcosa. Tuscany Crossing nasce proprio da questa idea. Non volevamo semplicemente tracciare una gara dentro un bel paesaggio, volevamo fare in modo che fosse il paesaggio stesso a diventare protagonista.»
Castiglione d’Orcia è rimasta il cuore della manifestazione.
«Castiglione d’Orcia rappresenta un po’ la casa di Tuscany Crossing. La Rocca è diventata negli anni un simbolo della gara. Per chi corre le distanze più lunghe, soprattutto dopo tante ore e magari dopo una notte intera sui sentieri, rivedere la Rocca significa capire che il viaggio sta arrivando alla sua conclusione. È qualcosa che va oltre il semplice traguardo.»
«Chi partecipa non viene soltanto per correre»
Tuscany Crossing oggi richiama atleti da tutto il mondo. Quanto è importante questo risultato?
«È uno degli aspetti che ci rende più orgogliosi. Vedere persone arrivare da decine di Paesi significa che Tuscany Crossing è riuscita a costruire una propria identità internazionale. Ma la cosa più interessante è che queste persone non vengono soltanto a correre. Dormono sul territorio, visitano i borghi, mangiano nei ristoranti, scoprono i prodotti locali e spesso rimangono qualche giorno in più. Lo sport diventa così una porta d’ingresso verso la Val d’Orcia.»
Quindi Tuscany Crossing è anche un progetto turistico?
«Assolutamente sì. Credo molto nello sport come strumento di promozione territoriale. Un atleta che corre attraverso Pienza, Montalcino, Bagno Vignoni o San Quirico d’Orcia vive questi luoghi in maniera completamente diversa rispetto a un visitatore tradizionale. Li attraversa lentamente, li osserva, li sente. Quando torna a casa porta con sé non soltanto il ricordo della gara, ma quello di un territorio.»
«Il percorso deve raccontare qualcosa»
Come nasce un percorso Tuscany Crossing?
«Non partiamo semplicemente dalla distanza che vogliamo raggiungere. Cerchiamo sempre di capire quali luoghi vogliamo far vivere agli atleti. La 100 Miglia, ad esempio, attraversa mondi differenti: la zona dei vigneti di Montalcino, la Val d’Orcia più iconica con Pienza e Bagno Vignoni, fino alla parte più montana verso Vivo d’Orcia e Bagni San Filippo. Ogni settore ha una propria identità.»
Quanto conta l’aspetto paesaggistico rispetto a quello tecnico?
«Sono inseparabili. Certamente dobbiamo costruire un percorso sportivamente interessante, impegnativo e sicuro, ma il nostro obiettivo è che ogni atleta possa ricordare alcuni momenti precisi della gara. Un’alba, una strada bianca, un borgo visto in lontananza, un ristoro in un piccolo paese. Sono queste immagini che spesso restano più impresse del cronometro.»
«Tuscany Crossing è diventata una manifestazione di comunità»
Quanto è importante il lavoro dei volontari?
«Senza il territorio e senza i volontari Tuscany Crossing semplicemente non potrebbe esistere. Una manifestazione di queste dimensioni coinvolge associazioni, amministrazioni, Pro Loco, gruppi sportivi e tantissime persone. Ogni paese attraversato dalla gara mette qualcosa di proprio nell’evento.»
È cambiata molto rispetto alle prime edizioni?
«All’inizio era inevitabilmente una manifestazione più piccola, quasi familiare. Negli anni è cresciuta la partecipazione, sono aumentate le distanze, sono arrivati sempre più atleti stranieri e l’organizzazione è diventata molto più complessa. Però abbiamo cercato di conservare lo spirito iniziale: il rapporto diretto con le persone e con il territorio.»
«Non bisogna essere ultrarunner per vivere Tuscany Crossing»
Negli anni avete aggiunto diverse distanze e anche i cammini. Perché?
«Perché volevamo rendere questa esperienza accessibile a persone differenti. Non tutti possono o vogliono affrontare 100 miglia o 100 chilometri. Ci sono atleti che scelgono la 53 km, altri che si avvicinano per la prima volta al trail sulla distanza più breve e poi ci sono i camminatori. L’importante è permettere alle persone di entrare in contatto con il territorio.»
È anche un modo per avvicinare nuovi atleti al trail?
«Certamente. Il trail non deve essere percepito necessariamente come uno sport estremo. Può essere anche scoperta, cammino, esperienza nella natura. La distanza breve nasce proprio per permettere a più persone di conoscere questo mondo.»
«Il nostro patrimonio principale è il territorio»
Quanto pesa oggi il tema della sostenibilità?
«È fondamentale. Se organizzi un evento outdoor devi avere rispetto per il luogo che ti ospita. Per Tuscany Crossing il paesaggio non è semplicemente una cornice: è il nostro patrimonio principale. Per questo dobbiamo lavorare affinché la crescita dell’evento sia compatibile con la tutela dell’ambiente.»
Una manifestazione sempre più grande rischia di perdere questa dimensione?
«È proprio la sfida che abbiamo davanti. Crescere senza perdere il legame con i luoghi e con le comunità. I numeri sono importanti, ma non possono essere l’unico parametro con cui valutare il successo di una manifestazione.»
«Il successo è quando un atleta torna a casa innamorato della Val d’Orcia»
Dopo più di dieci anni, cosa rappresenta per te Tuscany Crossing?
«È diventata qualcosa di molto più grande rispetto all’idea iniziale. Quando abbiamo cominciato volevamo organizzare una grande gara di trail. Oggi vediamo una manifestazione che porta persone da tutto il mondo in Val d’Orcia, coinvolge intere comunità e racconta il nostro territorio attraverso lo sport.»
Quando puoi dire che un’edizione è davvero riuscita?
«Non soltanto quando abbiamo tanti iscritti o grandi risultati sportivi. La soddisfazione più grande è quando un atleta arriva al traguardo stanco, magari dopo venti o trenta ore, e ci dice che vuole tornare. Quando torna a casa parlando della Val d’Orcia, dei volontari, dei borghi e dei paesaggi che ha attraversato, allora significa che Tuscany Crossing ha raggiunto il suo obiettivo.»
Qual è, quindi, il vero significato di Tuscany Crossing?
«Correre è soltanto il modo con cui entriamo in questi luoghi. Il vero obiettivo è viverli. Tuscany Crossing vuole essere questo: un viaggio attraverso la Toscana, fatto di fatica, natura, persone e territorio.»



