Vai al contenuto
Un unico ecosistema. Infinite possibilità per lo sport.
Inizia gratis
Torna a Sportsuite

Cavathlon a Cava de’ Tirreni, lo sport unisce e supera le barriere

Federica Penna
Scritto da Federica Penna
21 Settembre 2026 10 min di lettura

Il convegno a Palazzo di Città e il villaggio sportivo in piazza Abbro hanno riunito istituzioni, dirigenti sportivi, atleti e realtà sociali per una giornata dedicata a partecipazione, accessibilità e valore inclusivo dello sport.

Cava de’ Tirreni ha ospitato sabato 19 settembre 2026 il Cavathlon, una giornata che ha portato nel cuore della città il tema dello sport come strumento di partecipazione, relazione e inclusione.

L’iniziativa si è inserita nell’ambito delle due giornate organizzate dal Centro Sportivo Italiano con il progetto “L’inclusione fa squadra”, affiancando due momenti differenti ma strettamente collegati: il confronto istituzionale nella Sala del Consiglio comunale e l’esperienza più diretta e partecipata del villaggio sportivo allestito in piazza Abbro.

Due spazi e due modalità di raccontare lo stesso messaggio. Da una parte il confronto tra istituzioni, mondo sportivo e associazionismo; dall’altra lo sport vissuto concretamente nello spazio pubblico.

Al centro della giornata non c’è stata soltanto la pratica sportiva, ma una riflessione più ampia sul ruolo che lo sport può assumere nella costruzione di comunità nelle quali ogni persona possa trovare occasioni reali di partecipazione.

Sport e disabilità, il confronto nella Sala del Consiglio

Il convegno ospitato a Palazzo di Città è stato dedicato al tema “Sport, disabilità e nuove cittadinanze”, ponendo al centro una domanda che riguarda da vicino associazioni, amministrazioni pubbliche, famiglie e operatori: come rendere lo sport realmente accessibile e capace di accogliere persone con differenti esigenze, capacità ed esperienze?

Il concetto di inclusione, infatti, non si esaurisce nella possibilità di partecipare formalmente a un’attività.

Significa costruire le condizioni affinché ciascuna persona possa essere parte di un gruppo, utilizzare strutture adeguate, trovare operatori preparati e vivere lo sport senza che barriere fisiche, organizzative o culturali ne limitino le opportunità.

Il confronto ha quindi affrontato diversi aspetti concreti: dall’accessibilità degli impianti sportivi alla preparazione degli operatori, passando per la collaborazione tra società sportive, famiglie, associazioni, enti del Terzo settore e istituzioni pubbliche.

Una visione che guarda allo sport non soltanto attraverso il risultato agonistico, ma anche per la sua capacità di generare relazioni e creare spazi di cittadinanza.

Le istituzioni e il mondo sportivo insieme a Cava de’ Tirreni

Alla giornata hanno partecipato il sindaco di Cava de’ Tirreni Raffaele Giordano e l’assessore allo Sport Umberto Ferrigno, insieme a rappresentanti del mondo sportivo provenienti da differenti realtà territoriali.

La presenza delle istituzioni locali ha accompagnato un confronto che ha avuto una dimensione anche nazionale e interregionale grazie alla partecipazione dei vertici del Centro Sportivo Italiano e del movimento paralimpico.

Tra i protagonisti dell’appuntamento Vittorio Bosio, presidente nazionale del Centro Sportivo Italiano, e Marco Calogiuri, vicepresidente nazionale del CSI.

Con loro anche Carmine Mellone, presidente regionale del Comitato Italiano Paralimpico della Campania, Enrico Pellino, presidente regionale del CSI Campania, e Roberto Brandi, presidente regionale del CSI Puglia.

Una composizione che ha permesso di osservare il tema dell’inclusione sportiva attraverso prospettive differenti: quella delle organizzazioni sportive nazionali, quella del movimento paralimpico e quella dei territori nei quali associazioni e società operano quotidianamente.

Il valore dell’incontro è stato proprio nella possibilità di mettere in comunicazione livelli diversi del sistema sportivo, collegando le grandi politiche per l’inclusione alle necessità che emergono concretamente nelle città, nelle palestre, nei campi sportivi e nelle associazioni.

Dall’accessibilità degli impianti alla formazione degli operatori

Uno dei temi centrali emersi durante il Cavathlon è stato quello dell’accessibilità.

Parlare di sport inclusivo significa inevitabilmente interrogarsi sulla possibilità per tutti di accedere alle strutture e utilizzare gli spazi nei quali vengono svolte le attività.

Le barriere, tuttavia, non sono esclusivamente architettoniche.

Esistono anche ostacoli organizzativi, economici e culturali che possono rendere più difficile la partecipazione delle persone con disabilità o di chi vive situazioni di fragilità.

Per questo motivo, accanto al tema degli impianti, durante il confronto è stata attribuita particolare importanza alla formazione degli operatori sportivi.

Allenatori, istruttori, dirigenti e volontari rappresentano infatti il primo punto di contatto tra le persone e le organizzazioni sportive.

La capacità di leggere bisogni differenti, adattare attività e modalità di allenamento e costruire ambienti accoglienti diventa quindi parte integrante della qualità stessa dell’esperienza sportiva.

L’inclusione non può essere considerata un elemento aggiuntivo rispetto alla normale attività di una società sportiva. Deve progressivamente diventare parte della progettazione delle attività, dell’organizzazione degli spazi e della formazione di chi opera all’interno delle strutture.

Il ruolo delle famiglie e delle associazioni

Un altro elemento evidenziato nel corso dell’iniziativa riguarda la necessità di costruire reti territoriali.

Le società sportive non possono affrontare da sole tutte le esigenze connesse ai percorsi di inclusione.

Il rapporto con le famiglie, con le associazioni e con le realtà sociali del territorio rappresenta per questo una componente essenziale.

Conoscere le necessità delle persone significa anche instaurare un dialogo con chi le accompagna nella vita quotidiana e con le organizzazioni che già operano nell’ambito sociale, educativo e assistenziale.

È attraverso questa collaborazione che lo sport può diventare una delle componenti di un percorso più ampio di partecipazione alla vita della comunità.

La costruzione di territori realmente inclusivi passa così dalla capacità di mettere in rete competenze differenti, evitando che sport, scuola, servizi sociali e associazionismo procedano come mondi separati.

Due momenti di confronto coordinati da Pasquale Scarlino e Michele Marchetti

La conduzione degli approfondimenti è stata affidata a figure con esperienze differenti all’interno del Centro Sportivo Italiano.

Pasquale Scarlino, vicepresidente del CSI Campania, ha guidato il momento dedicato allo sport e alla disabilità in Italia.

Un confronto volto a leggere la situazione attuale e a comprendere quali siano gli strumenti attraverso i quali associazioni sportive e territori possono favorire una maggiore partecipazione.

L’approfondimento sulla costruzione di territori inclusivi è stato invece coordinato da Michele Marchetti, coordinatore dell’area Segreteria nazionale e Politiche ESG del CSI.

La prospettiva territoriale amplia ulteriormente il significato del concetto di inclusione.

Non si tratta, infatti, soltanto di realizzare singoli progetti sportivi dedicati a persone con disabilità, ma di creare sistemi nei quali la partecipazione possa diventare progressivamente ordinaria.

Lo sport può rappresentare, in questo senso, uno degli strumenti attraverso cui rafforzare la coesione sociale e la capacità delle comunità di accogliere le differenze.

Le esperienze degli atleti e delle realtà sociali

Accanto agli interventi istituzionali, il programma del Cavathlon ha dato spazio anche alle esperienze di chi vive quotidianamente lo sport e l’inclusione.

Particolare attenzione è stata riservata alle testimonianze degli atleti del Murgia Basket di Bari e dei giovani della Cooperativa sociale Cava Felix.

La loro presenza ha permesso di spostare il confronto dal piano teorico a quello delle esperienze concrete.

Quando si parla di inclusione, infatti, i progetti assumono significato soprattutto attraverso le persone che ne fanno parte.

Lo sport può rappresentare uno spazio nel quale sviluppare autonomia, costruire nuove relazioni, confrontarsi con gli altri e acquisire maggiore consapevolezza delle proprie capacità.

Ed è proprio attraverso esperienze di questo tipo che il valore sociale della pratica sportiva emerge con maggiore evidenza.

Lo sport come spazio di relazione

Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla giornata di Cava de’ Tirreni riguarda il significato stesso attribuito allo sport.

La dimensione competitiva rimane naturalmente una parte importante della pratica sportiva, ma non ne rappresenta l’unico valore.

Lo sport è anche relazione, condivisione, apprendimento e appartenenza.

Una squadra, un gruppo di allenamento o una società sportiva possono diventare luoghi nei quali persone provenienti da esperienze differenti imparano a collaborare, rispettare regole comuni e riconoscere il valore degli altri.

Questo assume un significato ancora maggiore quando lo sport riesce a coinvolgere persone che, in altri contesti, possono incontrare maggiori difficoltà di partecipazione.

L’inclusione sportiva diventa allora uno degli strumenti attraverso cui costruire comunità più aperte, capaci di trasformare la diversità in una componente ordinaria della vita collettiva.

Dal Palazzo di Città a piazza Abbro

Il Cavathlon non è rimasto però confinato all’interno della Sala del Consiglio comunale.

Il programma ha portato il messaggio dell’iniziativa anche all’esterno, attraverso l’apertura del villaggio sportivo in piazza Abbro.

Uno spazio pubblico trasformato per l’occasione in un luogo di incontro e partecipazione.

La scelta di affiancare il convegno a un momento vissuto direttamente nella città ha rappresentato uno degli elementi caratterizzanti della manifestazione.

Da un lato la riflessione sulle politiche e sulle strategie necessarie per favorire l’inclusione, dall’altro la possibilità di rendere visibile lo sport e portarlo nel cuore della comunità.

Una combinazione che consente di evitare il rischio che temi come accessibilità e inclusione rimangano esclusivamente argomenti da convegno.

Portare lo sport nelle piazze significa infatti avvicinarlo alle persone, creare curiosità e rendere più immediato il messaggio che si vuole trasmettere.

Quando l’inclusione passa dallo spazio pubblico

L’utilizzo di piazza Abbro assume inoltre un valore simbolico.

Le piazze sono tradizionalmente luoghi di incontro, attraversamento e socialità.

Trasformarle temporaneamente in spazi dedicati allo sport permette di raccontare una pratica che non appartiene esclusivamente alle palestre o agli impianti, ma può diventare parte della vita quotidiana della città.

È anche attraverso iniziative di questo tipo che lo sport riesce a incontrare pubblici differenti e a raggiungere persone che normalmente potrebbero non frequentare associazioni o strutture sportive.

L’inclusione passa quindi anche dalla capacità di rendere lo sport visibile e accessibile negli spazi condivisi della comunità.

Una responsabilità che coinvolge tutto il sistema sportivo

Le riflessioni emerse durante il Cavathlon ricordano però come la costruzione di uno sport realmente inclusivo richieda continuità.

Un singolo evento può contribuire ad accendere l’attenzione e creare occasioni di confronto, ma il risultato più importante si misura nella capacità di trasformare quella riflessione in pratiche quotidiane.

Significa progettare impianti più accessibili, preparare gli operatori, sostenere associazioni e famiglie e costruire collaborazioni tra enti pubblici e privati.

Significa soprattutto evitare che le attività inclusive rimangano iniziative isolate e fare in modo che diventino parte ordinaria dell’offerta sportiva dei territori.

Un percorso nel quale un ruolo importante può essere svolto dalle federazioni, dagli enti di promozione sportiva e dal movimento paralimpico, ma anche dalle singole società che ogni giorno lavorano direttamente con atleti e famiglie.

Il valore dello sport oltre il risultato

La giornata di Cava de’ Tirreni ha così offerto l’occasione per riportare l’attenzione su una dimensione dello sport che spesso rischia di rimanere in secondo piano rispetto ai risultati agonistici.

Vincere, migliorare le proprie prestazioni e competere sono componenti fondamentali dell’esperienza sportiva.

Ma lo sport produce anche effetti che difficilmente possono essere rappresentati da una classifica.

Può contribuire alla crescita personale, rafforzare l’autonomia, creare amicizie e aumentare il senso di appartenenza.

Può mettere in relazione persone che altrimenti avrebbero poche occasioni di incontrarsi e contribuire a superare stereotipi e distanze.

In questa prospettiva, rendere lo sport più accessibile significa aumentare le opportunità di partecipazione alla vita sociale.

“L’inclusione fa squadra” come percorso da costruire nel tempo

Il titolo scelto dal Centro Sportivo Italiano per l’iniziativa, “L’inclusione fa squadra”, sintetizza efficacemente il messaggio portato a Cava de’ Tirreni.

L’inclusione, proprio come una squadra, richiede infatti il contributo di soggetti differenti.

Istituzioni, società sportive, operatori, associazioni, famiglie, atleti e cittadini possono avere ruoli diversi, ma condividono la responsabilità di creare condizioni nelle quali ciascuno possa trovare il proprio spazio.

La sfida non consiste soltanto nel permettere alle persone di partecipare.

Consiste nel fare in modo che quella partecipazione sia autentica, continuativa e capace di valorizzare le caratteristiche individuali.

È in questo passaggio che lo sport diventa uno strumento di cittadinanza.

Cavathlon, una giornata che porta l’inclusione al centro della città

Il Cavathlon di Cava de’ Tirreni ha quindi unito riflessione, testimonianze ed esperienza sportiva all’interno di una giornata costruita attorno a un principio semplice: lo sport può essere uno dei luoghi nei quali una comunità impara concretamente a essere più inclusiva.

Il convegno nella Sala del Consiglio comunale ha permesso di mettere a confronto esperienze e responsabilità differenti.

Il villaggio sportivo di piazza Abbro ha invece portato quel messaggio fuori dalle sedi istituzionali, trasformandolo in partecipazione e presenza nello spazio pubblico.

Una doppia dimensione che ha restituito un’immagine dello sport lontana dall’idea della sola competizione.

Uno sport capace di coinvolgere, creare relazioni e offrire opportunità.

Perché il risultato più importante, quando si parla di inclusione, non si misura soltanto sul campo.

Si misura soprattutto nella possibilità, per un numero sempre maggiore di persone, di sentirsi parte della squadra.

Federica Penna
Autore

Federica Penna

Contenuti e approfondimenti dall'ecosistema Sportsuite.

Tutti gli articoli

Partecipa alla conversazione

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *